Quelli che poi sarebbero diventati i miei nonni si sono sposati prima della guerra in chiesa a Pienza. Allora la cittadina non aveva la fama che ha ora e di turisti in giro non se ne vedevano. La festa era loro. I bottegai si sporgevano dalle porte d'entrata per veder passare la sposa. Bello, il fazzoletto intorno alla testa! In posa per una foto o due, poi a mangiare. Quello che oggi noi chiamiamo ricevimento fu fatto per la bellezza di 20 ospiti (sposi compresi!) nell'aia del podere dei genitori di mia nonna e il menù consistette in affettati, pasta al forno e agnello, ovviamente accompagnato dalle patate dell'orto dietro casa. Era proprio un giorno di festa! Rifinirono la festa balli e canti, sempre nell'aia, ma a quello c'erano abituati, il sabato era sempre così, solo che quel giorno si era vestiti meglio.
Quando avevo 8 anni, ritenendo che fossi pronta per questa esperienza, il mio babbo, fotografo a San Quirico dal 1969, cominciò a portarmi con sé durante le sue trasferte soprattutto domenicali per aiutarlo. Avevo il compito iniziale di "portaborse". Mentre lui correva dietro ai festeggiati per immortalarli nelle situazioni migliori, e con i sorrisi stampati nelle pose coi parenti, io lo seguivo più o meno velocemente, e lo scopo del gioco era di arrivare prima di tutti al ristorante per occupare col borsone, nero, rigido, pieno di canon e nikon e pile e rullini e flash con la struttura in cartone spesso e l'adesivo della Kodak, il "nostro posto": l'angolo dell'ultima, lunghissima tavola, possibilmente vicino all'uscita, in maniera da potersi alzare velocemente nel caso gli amici degli sposi ci avessero chiamato per scattare durante il momento topico del taglio della cravatta
Poi ho imparato a trasportare il borsone più agevolmente, abbiamo introdotto l'uso del doppio flash in Valdorcia, ho iniziato a fare riprese video. Parallelamente diventavo anche la donna di fiducia delle spose - alle quali ero per forza di cose sempre vicina - e la complice silenziosa dello sposo, a cui, a motivo di una prominente anche se non ancora definitiva pancetta, di solito suggerivo con un cenno di abbottonarsi la giacca. Così sarebbe di sicuro venuto meglio nella foto, immancabile, con la suocera. Allo stesso modo aggiustavo il velo della sposa, dicevo alla testimone di rifarsi il trucco, chiamavo l'autista se si era addormentato all'ombra del cipresso durante la cerimonia e spiegavo che lo sposo all'altare deve stare alla destra della sposa
Insomma per gli altri ero quasi un punto di riferimento, mentre io imparavo a guardarmi intorno con mille occhi, e senza perdere di vista l'insieme la direzione della mia pupilla era sempre verso quel benedetto bottone della giacca
Questa deformazione me la sono portata dietro e il dettaglio resta una cosa importantissima una volta definito l'insieme. Magari suggerisco qualche scatto, ma adesso lascio fare le foto al fotografo ed io mi diverto ad organizzare tutto agli sposi, così da toglier loro la noia dei documenti, lo stress del coordinamento di trasporti, catering, musica e fiori e lasciare loro solo la parte più bella, cioè la gioia di godere di una giornata perfetta trascorsa, magari, come un po' di tempo fa, nell'aia del podere - no, scusate, dell'agriturismo! - in mezzo a persone che si vogliono bene e sono felici della loro felicità